Lo scenario contemporaneo in Italia

Le indicazioni dell’UE sono state introdotte in Italia prima in sede scientifica e poi, attraverso ampio dibattito, in sede politica e tradotte nell’Accordo tra le parti sociali e il Governo nel settembre 1996.

L‘accordo pone il miglioramento delle competenze degli individui e l’ampliamento delle opportunità formative al centro delle politiche di sviluppo e dall’occupazione. In questo accordo sono definite alcune linee guida per il sistema formativo, tra queste vi è la definizione di “un sistema di certificazione quale strumento idoneo a conferire unitarietà e visibilità percorsi formativi di ogni persona lungo tutto l’arco della vita nonché a promuovere il riconoscimento dei crediti formativi maturati e a documentare le competenze effettivamente acquisite.”
Questo tra l’altro portò ad una riformulazione della valutazione degli alunni con disabilità e, per loro, a nuove modalità dell’esame di stato conclusivo il percorso della scuola superiore di secondo grado.
IL DPR n.323 del 23 luglio 1998 “Regolamento recante disciplina degli esami di Stato conclusivi dei corsi di istruzione secondaria” tratta la situazione degli alunni con disabilità; all’art. 6 commi 1,2,3 prevede i compiti del consiglio di classe e della commissione d’esame e alcune particolari modalità di svolgimento delle prove. L’art.13 comma 2 fornisce indicazioni relativamente alla certificazione che degli allievi che hanno seguito un percorso didattico differenziato. Le indicazioni ministeriali tendono a rimuovere, definitivamente le l‘art.102 del R.D. 4/5/25 n. 653.
NEl 1999, il ministero invia alle scuole le “linee guida per l’esame di stato” fornendo particolari indicazioni per lo svolgimento degli esami degli studenti con disabilità”.
La O.M.21 maggio 2001 n.90 fornisce ai consigli di classe indicazioni sui percorsi che gli allievi con disabilità devono seguire per acquisire un credito formativo o titolo di qualifica o un diploma di esame di stato.
Il D.3/12/04. Fornisce indicazioni specifiche e la modulistica.


Alle soglie del 2000 nella scuola italiana sono presenti grandi mutamenti, sia perché il Parlamento è chiamato ad esaminare e a pronunciarsi su progetti di legge che prevedono profondi cambiamenti nel sistema formativo nazionale, sia perché il governo, Parlamento e amministrazione scolastica sono impegnati ad attuare gradualmente, ma compiutamente il processo di autonomia di cui all’art.21 della legge 59/97.


Il D.P.R. 275/99 recita:

”L'autonomia delle istituzioni scolastiche è garanzia di libertà di insegnamento e di pluralismo culturale e si sostanzia nella progettazione e nella realizzazione di interventi di educazione, formazione e istruzione mirati allo sviluppo della persona umana, adeguati ai diversi contesti, alla domanda delle famiglie e alle caratteristiche specifiche dei soggetti coinvolti, al fine di garantire loro il successo formativo, coerentemente con le finalità e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e con l'esigenza di migliorare l'efficacia del processo di insegnamento e di apprendimento".

Il processo verso l’autonomia è lungo e complesso e non è ancora completamente attuato, allora coinvolse la scuola italiana, introducendo disposizioni che potevano rappresentare l‘occasione di nuove potenzialità per la formazione e la crescita di tutti gli alunni, ma che, in alcuni casi, furono di ostacolo alla realizzazione del diritto all’integrazione e alla istruzione degli alunni in difficoltà e degli alunni con disabilità. In quegli anni le indicazioni fornite alle scuole e le azioni delle scuole furono controverse: se da una parte furono messi a disposizione delle scuole sussidi, ausili, dall’altra si propose di concentrare in alcune scuole,- le “scuole attrezzate” o “le scuole potenziare” - gli alunni in situazione di gravità. Questo portò da una parte ad un sempre maggior numero di istituti che realizzavano positive esperienze di integrazione e dall’altra a nuove e dolorose categorizzazioni. Le “scuole attrezzate” ebbero vita breve perché furono lasciate sole sia dal punto di vista economico che da quello scientifico e furono abbandonate dalle associazioni dei disabili.

Nel 2010 è emanata la legge n.170 Strumenti di intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale che ha lo scopo di garantire a tutti il diritto alla istruzione, di favorire successo scolastico anche attraverso misure didattiche di supporto, ridurre i disagi relazionali, adottare forme di verifica e di valutazione adeguate alle necessità formativa, assicurare eguali opportunità di sviluppo delle capacità in ambito sociale e professionale.
Le indicazioni utili per l’applicazione della legge si trovano nel D.P.R. 12/7/11 n.5669 a cui sono allegate le linee guida per il diritto allo studio degli alunni e degli studenti con disturbi specifici di apprendimento (DAS).

Il decreto individua le modalità di formazione dei docenti e dei dirigenti scolastici, le misure educative e didattiche di supporto utili a sostenere il corretto processo di insegnamento/apprendimento degli alunni e degli studenti con diagnosi DSA; le linee guida presentano indicazioni per realizzare interventi didattici individualizzati e personalizzati e per applicare le misure dispensative e per utilizzare gli strumenti compensativi.
La Direttiva 27/12/12 Strumenti di intervento per alunni con Bisogni Educativi Speciali (BES) e organizzazione territoriale. L’espressione “Bisogni Educativi Speciali (BES)” è precisata dalla Direttiva: “L’area dello svantaggio scolastico è molto più ampia di quella riferibile esplicitamente alla presenza di deficit. In ogni classe ci sono alunni che presentano una richiesta di speciale attenzione per una varietà di ragioni: svantaggio sociale e culturale, disturbi specifici di apprendimento e/o disturbi evolutivi specifici, difficoltà derivanti dalla non conoscenza della cultura e della lingua italiana perché appartenenti a culture diverse”.
L’utilizzo dell’acronimo BES sta quindi ad indicare una vasta area di alunni per i quali la personalizzazione dell’insegnamento, sancito dalla Legge 53/2003, va applicata con particolari accentuazioni in quanto a peculiarità, intensità e durata delle modificazioni“. La direttiva ha prodotto un notevole dibattito nel Paese nelle università e nelle scuole.

Il MIUR in base alle “richieste pervenute dalle scuole e dalle esigenze rappresentate dal personale docente e dai dirigenti scolastici" emana
il 22/11/13 la nota n. 2563 che fornisce ulteriori indicazioni e chiarimenti relativamente alla direttiva del 27 dicembre 2012. Il MIUR richiama l’attenzione su diversi punti: ad esempio viene chiarita la distinzione tra ordinarie difficoltà di apprendimento, gravi difficoltà e disturbi di apprendimento. Se le ordinarie difficoltà possono essere osservate per periodi temporanei in ciascun alunno, quelle più gravi hanno carattere più stabile e, per le concause che le determinano, presentano un maggior grado di complessità. Il disturbo d’apprendimento, invece, ha carattere permanente e base neurobiologica. La direttiva del 27 dicembre, dice il Ministero, ha voluto fornire tutela a tutte quelle situazioni in cui è presente un disturbo clinicamente fondato. In secondo luogo si sono volute ricomprendere altre situazioni che si pongono comunque oltre l’ordinaria difficoltà d’apprendimento, per le quali dagli stessi insegnanti sono stati richiesti strumenti di flessibilità da impiegare nell’azione educativo - didattica.

Salvatore Nocera scrive: nei decenni scorsi trovavano grande spazio sulla stampa le notizie di genitori di alunni non disabili che contestavano l'inclusione nella classe di alunni disabili. Oggi questi episodi non esistono o quasi e l'esclusione di un alunno disabile da una scuola, vietata dalla legge, fa scandalo sui giornali.

Il Parlamento, il Governo - e la Magistratura - sono sempre più impegnati a garantire la migliore qualità dell'inclusione scolastica, tramite norme e sentenze sempre più attente a questo problema, anche se si ha l'impressione che ormai sia considerato un problema risolto e superato da problemi più recenti, quali quello dell'ingresso nelle scuole comuni di studenti disabili provenienti dall'Africa, dall'Asia e dall'Est europeo, che ammontano a 140.000.