Nelle vene dell’Italia

Queste produzioni regionali riportano, inevitabilmente, alla grande stagione di Pitré e di Cocchiara, quando si era compreso che non ci si poteva limitare a dichiarare unita l’Italia con una celebre dichiarazione del Parlamento.

Occorreva, come fecero i due grandi folkloristi, scoprire le differenze, valutare le consonanze, forse cogliere le ragioni di una proposta che si definiva attraverso un numero incalcolabile di opzioni. Uno degli spazi che più affascinò gli studiosi fu quello che conteneva gli oggetti offerti dal folklore all’infanzia. Tanti anni prima, il famoso utopista Fourier, nei suoi scritti dedicati all’infanzia, aveva inserito alcune lungimiranti proposte sul rapporto tra infanzia e folklore. In realtà, l’oggetto, il costume, il giocattolo, la stoffa dicono al bambino che non deve sentirsi sradicato, spaesato, privo di connessioni con luoghi e con tempi. C’è un carrettino tutto suo, che altri non possono avere: è fatto in un certo modo, si fonda su una unicità e vanta una separatezza. Contro l’omologazione culturale che spegne ogni forma di creatività, l’oggetto folklorico destinato ai bambini propone orizzonti conoscitivi troppo spesso trascurati. Se si considerano i “segni” su cui si fonda la bambola creata in Sardegna, presente in questa sezione, si coglie subito una vibrante contraddizione. È infatti permeata di messaggi antichi, sa di provenire da saghe, feste, raduni, ricorrenze, atteggiamenti. Però è anche un giocattolo sorprendentemente “nuovo”, possiede un assetto geometrico che sfida l’arte del Novecento, può e deve far scuola di design, può e deve fornire suggestioni all’artigiano artista di oggi. Così come il vero narratore folklorico nutrì le avanguardie di tutto il Novecento, anche la bambola chiede che si analizzi la sua attuale complessità. Il futuro ha un cuore antico, come diceva Carlo Levi.

Antonio Faeti